Hacking (in DANTE)

L'Italia for sale

Alcuni manifesti elettorali taroccati sono molto creativi, come ad es. la commistione di italiano e inglese che ha trasformato L’Italia che sale in L’Italia for sale. La foto è subito diventato virale ed è stata notata anche da un linguista americano in Language Log, che ha descritto il gioco di parole come Translingual slogan hacking.

Credo che per molti italiani il significato più noto del verbo inglese hack sia l’accezione informatica “ottenere accesso non autorizzato a un computer o a un sistema informatico”, grazie al sostantivo hacker e ai prestiti integrati hackeraggio e hackerare,  però non molto utili per interpretare il senso di slogan hacking.

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Non solo per gioco: frequenza delle parole

link a Up-Goer Five

Ultimamente molti stanno giocherellando con due editor di testo ispirati da una vignetta di xkcd, intitolata Up Goer Five, in cui il razzo Saturn V viene descritto usando solo le mille parole più comuni dell’inglese (ad es. la capsula, capsule, diventa people box).

Up-Goer Five verifica che le parole inserite siano tra quelle più frequenti in inglese mentre Up-Goer Six colora le parole digitate in base alla loro frequenza, visualizzabile con un clic. Dettagli sul corpus di riferimento in A bit more about the Up-Goer Five Text Editor ed esempi di testo semplificato qui.

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–ing: gerundio, participio e aggettivo

Un problema di localizzazione ben noto è quello delle stringhe composte da una singola parola inglese che termina in ing. Come dicevo in Lavori in corso, in mancanza di contesto o note d’uso può essere difficile capire se si tratti di un participio presente che descrive un’azione in corso o di un gerundio che ha la funzione di sostantivo.

Esempio: la stringa Indexing potrebbe rappresentare sia il messaggio di un servizio di indicizzazione (participio presente, Indicizzazione in corso) che il titolo di una finestra di dialogo con le opzioni relative al servizio (gerundio, Indicizzazione).

Chiedere agli sviluppatori di identificare la categoria grammaticale non è fattibile perché ben pochi hanno queste conoscenze linguistiche. Se necessario, vanno cercate alternative per ottenere le stesse informazioni rapidamente e senza spiegazioni, come potrebbe essere il diagramma di flusso di Literal-minded:

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No horsemeat please, we’re British!

BBC – immagine BBC NewsScandalo in Gran Bretagna: negli hamburger di manzo venduti da diversi supermercati è stata trovata carne di cavallo, da quelle parti l’equivalente di un tabù alimentare, mentre in Italia e Francia la carne equina si mangia senza alcun problema.

I media britannici si interrogano su questa avversione e danno varie spiegazioni: i cavalli, a differenza di mucche, maiali e pecore, sono considerati pet, animali “da compagnia” e quindi si forma un attaccamento emotivo (stessa ragione per cui non si mangiano neanche i conigli) e storicamente i cavalli non sono mai stati considerati un alimento ma mezzi di trasporto e animali da lavoro, con un ruolo fondamentale nelle guerre.

Sono tutte motivazioni che dovrebbero valere anche in altri paesi europei, e allora come si spiega questa differenza culturale?

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Phablet, un brutto nome?

foto Samsung Galaxy NoteUltimamente stanno avendo molto successo i phablet, i dispositivi mobili con uno schermo touch screen di dimensioni tra i 5 e i 7 pollici. Phablet è una parola macedonia formata da phone + tablet, già segnalata nei commenti a Ultrabook, notebook e altri –book. Come suggerisce il nome, descrive un ibrido tra uno smartphone e un tablet.

Sembra però che in inglese la parola phablet risulti molto sgradevole. Ne parlano Why We Hate the Word ‘Phablet’ So Much e The Not-So-Fabulous "Phablet", con considerazioni linguistiche familiari a chi si occupa di valutazioni di globalizzazione:

1) non è una parola macedonia efficace perché i lessemi che la compongono non condividono alcun fonema e perché viene usata solo la consonante iniziale della prima parola e le parti centrale e finale della seconda, una fusione poco bilanciata che raramente funziona;

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Nuova “punteggiatura vocale”: hashtag

hashtag - vignetta geek&poke 2008

Vignetta: geek&poke      

I segni di punteggiatura sono nati per riprodurre in forma scritta l’espressività della voce. Si sono rivelati così efficaci che sono stati adottati dal linguaggio orale: locuzioni come punto (e basta), tra parentesi, aperta parentesi / chiusa parentesi, tra virgolette (e le virgolette mimate con le dita) sono molto comuni ed esistono anche in altre lingue.

Nell’inglese parlato nel 2012 è apparsa una novità: ora anche la parola hashtag viene usata come segno di “punteggiatura vocale”, a imitazione dell’uso ironico degli hashtag nelle conversazioni in Twitter. Lo descrive The Guardian a proposito di cambiamenti linguistici recenti:

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Etimitologia

vignetta xkcd
Wrong Superhero: vignetta di xkcd

Etimologia italiana online

Due interventi interessanti di linguisti italiani sulle etimologie spesso infondate che si trovano online: Wikipedia e le conoscenze etimologiche degli italiani di Mirko Tavosanis e Le fesserie etimologiche di Wikipedia (e non solo) di Michele Cortelazzo. Molti errori sarebbero imputabili a un’opera molto consultata perché accessibile online, il Vocabolario etimologico di Ottorino Pianigiani (1907), che però è “scientificamente impresentabile”, “un reperto archeologico in rete”.

Etymythology

La discussione mi ha fatto venire in mente una parola inglese che mi è piaciuta molto, etymythology, una “leggenda metropolitana in versione lessicale”. È una forma estrema di folk etymology, l’interpretazone arbitraria ma molto diffusa dell’origine di una parola, ad es. come quella che fa risalire l’aggettivo inglese posh all’acronimo di Port Out Starboard Home. Alcune aziende ricorrono all’etymythology per dare una giustificazione accattivante al nome dei loro prodotti, come si può leggere in Watch Out for Etymythology!

Paretimologia

Credo che il neologismo etimitologia sarebbe efficace anche in italiano, anche se al momento non mi viene in mente nessun esempio di interpretazione particolarmente fantasiosa e diffusa che non sia semplicemente paretimologia:

paretimologìa (o paraetimologìa) s. f. [comp. di para– e etimologia]. – In linguistica, etimologia apparentemente plausibile ma senza fondamento scientifico: consiste in genere in un accostamento, sul piano sincronico, di due vocaboli che in realtà hanno etimologia diversa (per es., manometro a mano, anziché al gr. μανός «poco denso»), e costituisce un fenomeno comunissimo nell’attività linguistica di ogni parlante, per cui si hanno talvolta slittamenti indebiti nel significato di alcuni termini (v. per es. obliterare nel sign. 3). Se una etimologia di questo tipo viene accettata per vera da una intera comunità di parlanti, è più propriamente detta etimologia popolare.

[definizione dal Vocabolario Treccani, ulteriori dettagli ed esempi in Paretimologia nell’Enciclopedia dell’italiano]

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