Alcuni titoli di fine maggio 2021:
Da mesi i media discutono di green pass, nome con cui vengono identificate le certificazioni che attestano che
1 si è stati vaccinati contro il COVID-19 oppure
2 si guariti dal COVID-19 oppure
3 si è fatto un tampone con esito negativo.
Il nome green pass viene usato indifferentemente sia per le certificazioni italiane per l’Italia che per le certificazioni valide in tutta l’Unione europea.
Ufficialmente però non esiste nessun documento o attestazione di alcun genere con questo nome né in Italia né nell’Ue. Ho cercato di capire da dove arriva l’anglicismo e ho scoperto anche alcune incongruenze nei nomi usati dalle istituzioni italiane ed europee.
Certificazioni italiane
In Italia il decreto legge 22 aprile 2021, n. 52 all’art. 9 ha istituito le certificazioni verdi COVID-19 che, come appena accennato, possono essere di tre tipi.
Nell’articolo 1 del decreto si può anche notare che è stato scelto un nome ibrido, parzialmente in inglese, per denominare il sistema informativo nazionale per la gestione delle certificazioni: è stato chiamato Piattaforma nazionale digital green certificate (DGC),
Nota di giugno 2021: le osservazioni dei due capoversi che seguono riguardano le informazioni nel sito del Ministero della Salute consultabili al momento della pubblicazione del post. Ora non sono più disponibili e sono state sostituite da riferimenti più aggiornati.
La pagina Certificazioni verdi Covid-19 del Ministero della Salute, datata 20 maggio 2021, spiega che le certificazioni verdi servono a spostarsi tra eventuali territori in zona rossa o arancione, per esigenze lavorative o di salute, e per poter partecipare a “feste conseguenti alle cerimonie civili o religiose, anche al chiuso”, come ad es. i matrimoni.
Nella pagina si ritrova il nome inglese Digital Green Certificate (DGC) che però qui non indica il sistema informativo come nel decreto legge bensì un altro tipo di certificazione “interoperabile a livello europeo, attraverso un codice a barre bidimensionale (QRcode), verificabile attraverso dei sistemi di validazione digitali”. È l’attestazione che consente di viaggiare nell’Unione europea.
Certificazioni europee
Il nome Digital Green Certificate Europeo usato dal Ministero della Salute però non corrisponde al nome concordato dalle istituzioni europee e reso pubblico il 20 maggio con un comunicato stampa: Certificato COVID digitale UE.
Nel comunicato è chiarito che il nuovo nome sostituisce quello annunciato in precedenza, certificato verde digitale (appare però ancora nel materiale informativo italiano preesistente che al momento non è ancora stato aggiornato).
Le caratteristiche principali rimangono comunque invariate e tra queste è in evidenza l’informazione che il certificato digitale sarà nella lingua nazionale e in inglese. Non è quindi giustificata la scelta del nostro Ministero della Salute di preferire il nome inglese a quello italiano usato dalle istituzioni europee.
E il green pass?
Nonostante le incongruenze, c’è una certezza: finora né le istituzioni italiane né quelle europee hanno mai usato il nome green pass in comunicazioni ufficiali. Da dove arriva allora questo anglicismo così diffuso?
Nei media le prime attestazioni del nome in riferimento alle vaccinazioni si trovano a partire da metà febbraio nelle notizie su Israele, dove in inglese è stata chiamata Green Pass l’attestazione digitale che consente a chi è vaccinato di avere accesso ad attività commerciali e uffici. Il nome fa riferimento al sistema di colori del semaforo: il verde segnala via libera.
Da allora i media italiani hanno usato il nome israeliano anche per le certificazioni italiane ed europee, senza verificare che corrispondesse effettivamente ai nomi usati dal Ministero della Salute e dalle istituzioni europee.
Non mi pare che nessuno abbia considerato che in italiano l’anglicismo green è un aggettivo usato in relazione a rispetto e tutela dell’ambiente o per indicare che qualcosa è ecocompatibile o ecosostenibile. Ne è un esempio proprio il nome green pass, finora usato per consentire accesso a veicoli ecologici, per viaggiare in treno rinunciando all’auto ecc. Per segnalare via libera usiamo invece esclusivamente il nome di colore italiano verde.
In conclusione, l’uso di green pass mi pare l’ennesimo esempio di superficialità dei media italiani: uso disinvolto di anglicismi senza riflettere sul loro eventuale significato figurato e incapacità di verificare la terminologia istituzionale italiana ed europea e assicurare congruenza terminologica.
Aggiornamenti
Nuovo post (luglio 2021): Neologismi per non vaccinati: no pass e boh vax, con una nota sui nomi usati in inglese per le certificazioni vaccinali: health pass, vaccine pass, vaccine passport, Covid passport, [special] virus pass, vax card ecc. Chi nel frattempo è già stato vaccinato e ha scaricato il documento che lo attesta (o se l’è fatto stampare) avrà visto che si chiama Certificazione verde COVID-19 ma non è affatto verde!
Condivido anche qui un tweet di ottobre 2021 sui nomi alternativi usati dai media nel loro terrore della ripetizione, senza però preoccuparsi delle potenziali conseguenze di una comunicazione poco accorta:
Considerazione linguistica: se i media non avessero imposto nome israeliano #greenPASS e "sinonimo" improprio #lasciapassare ma avessero usato solo nome effettivo #certificazione, forse percezioni e parallelismi di chi vi si oppone sarebbero stati meno estremi#comunicazione pic.twitter.com/2ORFih3tl6
— Licia Corbolante (@terminologia) October 15, 2021
Nuovo post (novembre2021): Nuovo green pass: super o rafforzato? sulla comunicazione poco attenta delle istituzioni, che ora usano green pass come se fosse il nome effettivo della certificazione, e sulle incongruenze terminologiche nei media.
A volte ritornano: nei media è riapparso lo pseudoanglicismo Covid manager, usato per descrivere la persona che ai matrimoni o eventi simili dovrà assicurarsi che vengano rispettate tutte le indicazioni anti contagio. Non appare però né nei decreti legge né in altre comunicazioni governative sulle nuove disposizioni.
In tema vaccinazioni, vedi anche:
✘ Vax manager
✘ Furbetti del vaccino
✘ Invidie “vaccinali” e altri neologismi
✘ AstraZeneca è un vaccino raccomandato?
✘ Vaccini per età: over 80enni e over 85 anni
✘ Anglicismi a caso: l’open day negli hub è sold out
✘ Promemoria per i media: vaccino ≠ siero ≠ antidoto
Per esempi eclatanti di anglicismi preferiti ai termini italiani usati invece dalla istituzioni europee: Non è Recovery Fund ma fondo per la ripresa (ma ci sarebbero molti altri esempi: quella dei media è davvero una pessima abitudine).
Irina:
Non c’entra niente con il green pass, ma faccio qui la mia domanda: Ieri ho ricevuto un messaggio in italiano in cui ho letto “Se preferisci, sentiti libera/o di scriverci rispondendo a questa email […]” (invece di rispondere a un certo questionario). In italiano si dice davvero “sentiti libera di fare x” o si tratta di un anglicismo? (Feel free to x).
Licia:
@Irina in italiano sicuramente il tuo esempio è un calco dall’inglese. In questo tipo di contesto in inglese feel free to contact us o simili vuol dire “non esitare a contattarci”: è un invito a fare qualcosa (in altri contesti, feel free può anche essere un modo informale per acconsentire, ad es. si può rispondere feel free se qualcuno chiede se può prendersi qualcosa, oppure se può usare il bagno ecc.; in italiano diremmo invece “fai pure” oppure “serviti” oppure “prego” o altro ma di certo non “sentiti libero”!). In italiano si usa la locuzione sentirsi libero di fare x ma si usa in contesti diversi e con il senso di “non farti problemi a fare x”, ad es. “sentiti libero di andartene se non hai voglia di stare qui”.
Irina:
Grazie per tutte queste spiegazioni! L’inglese non lo so bene e l’italiano lo parlo di rado.
Licia:
@Irina grazie a te per lo spunto per un nuovo post: Sentitevi liberi di leggere questo post! O no?